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La storia di Villacidro è indubbiamente meno conosciuta delle sue bellezze ambientali, nonostante numerosi studi e importanti documenti archeologici dimostrino la presenza umana nel territorio fin da tempi molto antichi.
Villacidro conserva diverse testimonianze archeologiche riferibili sia a strutture ben visibili, sia a ritrovamenti ceramici che ne attestano una lunga frequentazione: numerosi rinvenimenti, infatti dimostrano la presenza dell’uomo in questo territorio sin dal periodo Neolitico e la presenza di diverse necropoli e resti di strutture abitative fanno presupporre una buona vitalità del territorio anche in età romana.
Fin dalla preistoria, quindi, Villacidro e il suo territorio sono stati abitati; lo dimostrano i numerosi ritrovamenti di età nuragica, in particolar modo i siti di Nuraxi, di Narti e il sito di Matzanni; ubicato in territorio di Vallermosa, ma sulla linea di confine con Villacidro, Matzanni rappresenta uno dei siti più importanti del territorio con i suoi tre templi a pozzo. La zona archeologica ha offerto agli studiosi numerosi reperti tra cui la statuina dell’offerente, conosciuto anche come "il barbetta" e custodito presso il Museo Archeologico di Cagliari.
Molti altri reperti ritrovati nel comune di Villacidro e in quelli confinanti sono ora esposti nel Museo Civico Archeologico Villa Leni che ha sede nel piano superiore dell'ex Montegranatico.
Numerosi, e variamente dislocati, sono anche i resti di età romana. Tra i più importanti le “ville rustiche” di Seddanus, di Nuraxi e di Bangiu, la necropoli di Ruinas, scoperta recentemente, e le 26 sepolture rinvenute nella piazza Municipio durante i lavori di scavo per la costruzione dell'attuale Municipio. Monete, ceramiche e vari altri reperti consentono di attestare che i romani abitavano nella zona già a partire dal I secolo dell’impero.
Durante il periodo giudicale, periodo emblematico della storia regionale, Villacidro faceva parte del Giudicato di Cagliari e della Curatoria di Gippi o Parte Ippi, nome che ha probabilmente ispirato lo scrittore Giuseppe Dessì che nelle sue opere, definisce Parte d’Ispi la zona di Villacidro e dintorni.
Al termine del periodo giudicale, la cittadina passa dalla dominazione pisana a quella aragonese e spagnola poi.
In epoca spagnola il Marchese Brondo acquista il feudo dalla Corona e stabilisce la sua dimora presso l’attuale palazzo vescovile, allora palazzo Brondo.
L’aspetto attuale dell’edificio è legato alla figura di Monsignor Pilo, vescovo di Ales che individua a Villacidro la sede della diocesi e si stabilisce proprio nel palazzo Brondo. La scelta di Mons. Pilo è legata proprio all’amenità e salubrità del luogo che permette a lui e al suo seguito di proteggersi dai rischi delle zone malariche che circondano la sede ufficiale di Ales.
Il Settecento e l’Ottocento sono per Villacidro epoche di grande crescita e mutamento: nasce il primo vero esempio di attività industriale con la creazione della fonderia Mandel che inizia a lavorare i minerali estratti in tutto il bacino dell’Iglesiente e del guspinese – arburese. La presenza della fonderia nella zona di Leni comporterà per Villacidro il sacrificio di un ingente patrimonio: molti boschi saranno sacrificati per il suo funzionamento e i danni sono ancora visibili a distanza di secoli…
Nel periodo spagnolo e in quello sabaudo la cittadina si sviluppa gradatamente fino a divenire capoluogo di provincia nel 1807.
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