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Riuscire a descrivere le lavorazioni minerarie che sono state avviate sin dal lontano 1866 nella miniera di Malfidano e successivamente in quella di Planu Sartu, è quasi impossibile, anche se possiamo immaginare la moltitudine di gallerie, pozzi, fornelli, rimonte, bilance, gradini, piani inclinati e strade ferrate che si inerpicano sui costoni della montagna che stanno a dimostrare l’immane lavoro delle migliaia di minatori e della loro opera di uomini duri, assuefatti ad ogni fatica, che hanno consumato la loro esistenza nel ventre della montagna, nel buio più profondo, in ambienti delle volte freddi, altre volte caldi e ad altissima concentrazione di umidità, immersi nel fango e lottando contro i livelli sempre crescenti dell’acqua che filtrava dalle crepe della dolomia.
La storia della miniera e dei minatori è storia ormai lontana e quasi inverosimile, tanto irreale ci appare quella società che pulsava di miniera, di fragorosi rumori, del cigolio dei carri ferroviari, di ciminiere fumanti, di gallerie e scavi minerari all’interno dei quali il minatore consumava la sua fatica quotidiana. È in omaggio a questi uomini, donne e bambini che con il loro lavoro hanno contribuito a scrivere la storia di questo paese, che l’Amministrazione Comunale di Buggerru ha realizzato il Museo della Memoria.
L’allestimento è ospitato in un edificio che faceva parte del complesso di strutture, associate alle miniere e ubicate un prossimità del porto ; al piano inferiore era alloggiata l’officina, mentre al piano superiore vi era la falegnameria. Al primo piano è stata conservata la disposizione originaria delle macchine da lavoro d’epoca presenti nell’officina, in particolare torni e fresatrici. Sono stati ricostruiti, al suo interno, anche lo spaccio della miniera con i mobili originari e il vecchio cinema con la macchina da presa di allora. Una mostra di reperti di vario genere racconta la storia non solo mineraria ma anche archeologica, geologica e di vita quotidiana del borgo.
“Andò a cercar lavoro nel bacino minerario dell’Iglesiente dove erano occupati circa quindicimila ex pastori e braccianti agricoli, attratti dal miraggio di un guadagno più facile.” (G. Dessì - Paese d’Ombre)